Il segreto meglio custodito del Giappone

Storia della bevanda più amata dai Samurai.

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Ci sono notizie che hanno il sapore dell’incredibile come una recente indagine di mercato giapponese che afferma la supremazia nelle preferenze di beva del Shōchū sul Sake!

Ebbene sì, nonostante quasi nessuno di noi sappia di cosa si tratti, è il distillato più consumato in Giappone con un fatturato di $6miliardi l’anno (ogni tre bottiglie di alcol vendute, due riguardano questa bevanda).

Storia Shōchū

Prodotto per la prima volta circa 500 anni fa nell’isola di Kyushu, come per ogni distillato di pregio, le sue origini sono avvolte da una nuvola di mistero e leggenda con antichi racconti che fanno partire lo Shōchū nell’antica Persia, per giungere in Siam (l’attuale Thailandia) ed infine approdare ad Okinawa, dove ancora oggi si produce l’Awamori: il distillato di riso più antico del Giappone.

Per gli amanti di prove tangibili ed inconfutabili, diventa la città di Kagoshima, nella regione dello Kyūshū, la culla autentica di questo distillato con tanto di testimonianza scritta su un graffito ritrovato all’interno di un tempio, lasciata da qualche operaio nel 1559, accusando il sacerdote del sacro edifico di essere avaro nell’offrire tale bevanda ai carpentieri.

Di certo quest’avarizia ha permesso a quest’isola di diventare la patria indiscussa di questo drink, ospitando oltre 300 distillerie di Shōchū delle 470 attive su tutta la nazione.

Nella sua storia centenaria, divenne inoltre la bevanda prediletta dei Samurai, che la usavano prima della battaglia per darsi coraggio e dopo la battaglia per disinfettarsi le ferite.

La versione tradizionale (Honkaku Shochu) viene prodotta da una singola distillazione in alambicco pot still e può essere prodotta facendo uso di decine di materie prime, le cui principali sono patata viola, sesamo, canna da zucchero, orzo e riso, (a differenza del più quotato Sake che è un fermentato di solo riso!) e risulta molto gradevole sia liscio che in miscelazione per via di una bassa gradazione alcolica ed una gamma aromatica molto complessa.

Il perfetto compromesso tra vino e vodka o un super Gin, come qualcuno provocatoriamente ama definirlo.

“Negli anni abbiamo visto l’ascesa del gin in termini di nuove etichette e consumatori. La sua flessibilità ha permesso di giocare di fantasia e sono nate nuove espressioni dai fiori alle fave di cacao, dal tè fino alle olive. In questo lo shochu non è da meno. Se esistesse la categoria, potrei definirlo un ‘Super Gin’, vista la natura ibrida tra cereali e botaniche, con la differenza che la componente botanica è abbondantissima, nonché presente già in fase di fermentazione”, spiega Federico Medici, socio di Bere Giapponese. “Più comunemente, lo shochu è composto da una purea di patate dolci, orzo, riso, zucchero di canna, grano saraceno o mosto avanzato dalla produzione del sake. Ma come spesso accade può essere arricchito da altri ingredienti come il peperone, la castagna, funghi enoki, alghe wakame, shiso, tè verde ed una serie di altri elementi che possono giungere fino a 54 componenti diverse, dando origine a 200 varianti approvate dalla legislazione nipponica.”

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